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flyingstudio
roma
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dalle origini agli anni Settanta
il suono nello spazio
le tappe essenziali dei progressi nelle tecniche di ripresa sonora
(dal fonoautografo agli array microfonici 'post-direzionali')
e dei corrispettivi dispositivi di diffusione (dalla monofonia al surround)
Tutto ebbe inizio a Parigi intorno alla metà dell'Ottocento, quando Leon Scott de Martinville
effettuò la prima registrazione di un suono...
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Tutto ebbe inizio a Parigi intorno alla metà dell'Ottocento, quando Leon Scott de Martinville
effettuò la prima registrazione di un suono (lo fonoautografò, per l'esattezza): 'catturato' per la prima volta,
quel suono fu restituito allo spazio fisico solo vent'anni più tardi, grazie all'invenzione del fonografo.
Da quel momento la musica, che per millenni aveva abitato lo spazio in tutte le sue dimensioni, comprese quelle
soprannaturali (gli antichi le attribuivano 'poteri magici' e la utilizzavano medianicamente per raggiungere elevazioni
spirituali o belliche, come ancora oggi avviene), poté conoscere la puntiforme prigionia monofonica: lo spazio adimensionale
(in cui il suono può tuttavia esprimere la dimensione di una distanza, verso una direzione indefinita, in virtù della
sua ampiezza relativa: particolarmente significativi, in questo senso, sono i rapporti tra suono diretto e indiretto).
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Mezzo secolo più tardi (all'inizio degli anni Trenta), in Inghilterra, vide la luce
ad opera di Alan Blumlein il primo sistema microfonico di ripresa stereo...
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Mezzo secolo più tardi (all'inizio degli anni Trenta), in Inghilterra, vide la luce ad opera di Alan Blumlein
il primo sistema microfonico di ripresa stereo
(lo Stereosonics, consistente in due microfoni bidirezionali coincidenti,
angolati di 90°, 45° a sinistra e 45° a destra).
Diventava improvvisamente possibile riprendere
un ambiente acustico nella sua complessità spaziale (ivi compresa, primariamente, quella stessa musica così
come da millenni veniva prodotta), per restituirlo allo spazio fisico a mezzo di due diffusori, con dovizia di particolari e una certa
profondità di campo. Da allora le tecniche di ripresa stereofonica si sono moltiplicate, con microfoni coincidenti, quasi
coincidenti o (più raramente) anche distanti (tra tutte, una menzione particolare la merita senz'altro il sistema Mid/Side,
sviluppato dallo stesso Blumlein, non solo perché il principio su cui è basata è attualmente utilizzato anche per la compressione
dei file audio, quanto per il fatto che ci proietta nell'era, ad oggi ancora da venire,
della microfonia 'post-direzionale': l'accoppiamento di un omnidirezionale, o più comunemente di un cardioide, con un bidirezionale,
sempre coincidenti e angolati di 90°, secondo gli assi del piano cartesiano) finché, inoltrandoci negli anni Cinquanta, la registrazione stereofonica
fu universalmente introdotta come standard.
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Nel frattempo tuttavia, anche nelle tecniche,
nelle pratiche e nei contesti musicali erano già in atto profondissime trasformazioni...
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Nel frattempo tuttavia, anche nelle tecniche,
nelle pratiche e nei contesti musicali erano già in atto profondissime trasformazioni:
nello stesso momento in cui Blumlein iniziava a restituire allo spazio gli ambienti acustici che catturava, oltreoceno
Adolph Rickenbacker inventava il pick-up elettromagnetico, il suono completamente astratto dallo spazio,
perfettamente adimensionale ed anecoico. Negli anni Cinquanta, poi, il nastro magnetico veniva a rivoluzionare completamente
i processi di produzione musicale (con l'introduzione del multitracking) e quando negli anni Sessanta il suono finì
per conoscere anche la sintesi elettronica, l'unidimensionalità del pan-pot iniziò a decretare
la parzialità della soluzione stereofonica: non si trattava più solo di voler restituire uno spazio preso dal vero,
ma di poterlo inventare e plasmare a piacimento.
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Negli anni Settanta furono i Pink Floyd i primi a proporre al grande pubblico uno spazio quadrifonico (bidimensionale)...
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Negli anni Settanta furono i Pink Floyd i primi a proporre al grande pubblico uno spazio quadrifonico (bidimensionale).
Notevolissimo e immediato fu il supporto tecnologico a questo tipo di soluzione: Michael Gerzon
mise a punto il più avanzato sistema microfonico mai concepito, il sistema Ambisonics: una sorta di sviluppo del sistema
Mid/Side in grado di estrapolare ogni direzione da quattro segnali sorgente (ottenuti facendo coincidere, in teoria, un omnidirezionale
con tre bidirezionali reciprocamente angolati di 90°, sui tre assi dello spazio, ovvero anche, più praticamente, disponendo quattro cardioidi
coincidenti reciprocamente angolati di 120°, lungo gli assi di un tetraedro regolare), consentendo principalmente (nell'intento del suo ideatore)
di adattare una presa ambientale a qualsiasi dispositivo di diffusione, a-/uni-/bi-/tri-dimensionale che fosse.
Ciò nonostante il lancio commerciale della quadrifonia si rivelò un eclatante flop: la nostra società del visibile
fu disposta a concedere il lusso di uno spazio surround solo al cinema. La musica rimase stereo (anche al cinema),
e il sistema Ambisonics, che ancora oggi rappresenta lo stato dell'arte in materia di sistemi microfonici
(anche al di là dell'impiego di sistemi multi-diffusore), è passato clamorosamente inosservato.
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alla conquista dello spazio
dal suono nello spazio allo spazio nel suono: breve storia della spazializzazione audio
dalle origini ai nostri giorni
dagli anni Ottanta ad oggi
lo spazio nel suono
la ricerca si sposta dall'oggettività della dislocazione
dei suoni nello spazio fisico alla soggettività della localizzazione
delle percezioni sonore nello spazio mentale dell'ascoltatore (dall'olofonia all'audio 3D)
In Italia, fin dai primi anni Ottanta si iniziò ad affrontare la questione della percezione dello
spazio sonoro con un approccio del tutto empirico...
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In Italia, fin dai primi anni Ottanta si iniziò ad affrontare la questione della percezione dello
spazio sonoro con un approccio del tutto empirico: Giovanni Unterberger, partendo da quello che aveva
a disposizione direttamente sul pannello del mixer, concepì il suo Circular Movement Simulator
(un ingegnoso sistema di cinghie, molle, braccetti e manovelle grazie al quale
automatizzare dei 'panpottaggi equalizzati' sui tradizionali banchi analogici):
passò completamente inosservato. Una certa risonanza la ebbe invece l'invenzione di Umberto Maggi
(ex bassista dei Nomadi) e Hugo Zuccarelli (un ingengnere argentino): costruirono (ancora più empiricamente)
un oggetto che aveva la forma, le dimensioni e la densità di una testa umana, che, impiantatigli due microfoni
al posto delle orecchie, prese il nome di testa olofonica.
Ma l'interesse per questo ritrovato rimase più concettuale che applicativo. Fatta eccezione per i Pink Floyd,
che non esitarono ad utilizzarla immediatamente, questa tecnologia è poi rimasta per lo più relegata
ad un ambito terapeutico (sembra che l'ascolto olofonico produca un certo benessere...), non risultando soddisfaciente
nella diffusione in ambiente, ma solo nell'ascolto in cuffia. Nel complesso, le tecniche di ripresa stereofonica si
limitarono a prendere lo spunto per una piccola 'ottimizzazione' (intorno alla metà degli anni Ottanta,
lo svizzero Jürg Jecklin introdusse un disco fonoassorbente di 28 cm tra due omnidirezionali altrettanto distanti:
l'Optimum Stereo Sound).
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Negli anni Novanta, in seguito all'analisi scientifica di registrazioni binaurali,
si fece una certa chiarezza...
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Negli anni Novanta, in seguito all'analisi scientifica di registrazioni binaurali,
si fece una certa chiarezza su tutti i fattori che contribuiscono a determinare la localizzazione psico-acustica
delle sorgenti sonore
(a seconda della direzione di provenienza i suoni possono giungere alle due orecchie in tempi
diversi e con differenti ampiezze ed equalizzazioni) e, compilate delle tabelle chiamate HRTF (Head Related Transfer Function),
grazie all'introduzione della tecnologia digitale, fu possibile trattare sorgenti monofoniche conferendo loro uno spazio virtuale
(a partire dal Roland Sound Space system).
I sistemi e i software di spazializzazione audio 3D proliferarono, ma il problema di fondo della diffusione in ambiente
non era affatto risolto, e il loro campo di applicazione non andò molto oltre la sonorizzazione dei videogames
o le codifiche per l'ascolto in cuffia del surround.
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Nel nuovo millennio, nei laboratori dell'IRCAM (a Parigi, tanto per chiudere il cerchio) si introducevano
capsule microfoniche miniaturizzate direttamente nelle cavità di orecchie umane...
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Nel nuovo millennio, nei laboratori dell'IRCAM (a Parigi, tanto per chiudere il cerchio) si introducevano
capsule microfoniche miniaturizzate direttamente nelle cavità di orecchie umane e, grazie al potenziamento dei processori
digitali si giungeva ad esasperare il dettaglio delle virtualizzazioni (simulando anche il suono indiretto in funzione
degli specifici ambienti e della specifica conformazione dell'apparato uditivo del singolo ascoltatore)
per consegnare essenzialmente il dato definitivo di una significativa individualità dell'esperienza dell'ascolto
(lo stato dell'arte rappresenta clamorosamente un punto morto). Nel frattempo sono avanzate da una parte la
ricerca sui sistemi di diffusione (a cercare di attenuare il gap tra l'ascolto in cuffia o in ambiente) e dall'altra la
diffusione di sistemi surround 5.1 (ma lo standard per le produzioni musicali è rimasto stabilmente l'hi-fi stereo).
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Ad oggi, mentre sappiamo ormai tutto sul dato audio che le nostre membrane timpaniche trasmettono ai nostri cervelli...
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Ad oggi, mentre sappiamo ormai tutto sul dato audio che le nostre membrane timpaniche trasmettono ai nostri cervelli,
attendiamo ancora di sviscerare (ammesso che sia possibile) il meccanismo mentale con cui tali dati vengono
di fatto elaborati. La ricerca Olophoniq Generation (che è alla base dello sviluppo del flyingstudio), rinunciando
a cercare di riprodurre la realtà in tutta la sua inafferrabile complessità (restituibile ad personam e solo
con dispositivi binaurali), si è concentrata nel tentare di cogliere (empiricamente, attraverso modelli
fisici semplificati) qualche semplice (ed inequivocabile) informazione che, veicolata nell'ambito della diffusione
stereo, risulti universalmente significativa alla sintesi di una percezione localizzata (anche al di là dell'orizzonte
stereofonico). Una sorta di disco Jecklin virtuale (nella diffusione in ambiente il disco Jecklin risulta più convincente delle teste olofoniche)
o, più propriamente, la prosecuzione del cammino indicato originariamente da Unterberger,
alla luce di tutte le conoscenze e forti di tutti i ritrovati tecnologici di cui nel frattempo disponiamo.
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il Circular Movement Simulator di Giovanni Unterberger